Giuseppe's profileIMMACOLATAPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
October 17 I 60 anni della Cina: il Partito contro il popoloI 60 anni della Cina: il Partito contro il popolo
I 60 anni della Rpc: le Chiese cristiane dicono che il Partito non è Dio Le Chiese cristiane sono state profetiche: hanno sperimentato da subito la violenza del potere assoluto. Oggi sono quelle che sostengono la società civile nella ricerca di giustizia e di diritti umani. I molti dissidenti convertiti al cristianesimo. Terza e ultima parte di un dossier per i 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese.
Molti giovani sono entusiasti di questo legame fra fede e patriottismo. Ma i vecchi che ricordano la persecuzione di questi 60 anni, sono più freddi e realisti: loro stessi ricordano l’entusiasmo per la nuova repubblica, trasformatosi in poco tempo in un incubo che dura ancora oggi. Ma proprio la loro persecuzione è stata una profezia. Quanto da essi subito, l’hanno poi subito i “nemici” di Mao, i democratici “nemici” di Deng; i giovani di Tiananmen; i contadini, gli operai e i dissidenti attuali Si può affermare che proprio le vittime della persecuzione religiosa hanno preparato la crescita della società civile che oggi chiede il rispetto dei diritti umani. La persecuzione contro cattolici, protestanti e le altre religioni è avvenuta subito all’indomani della proclamazione della Rpc. Fin dall’inizio[1] , infatti, il maoismo si propone in modo programmatico di distruggere ogni religione come superstizione, o assorbirla come strumento di governo, controllata da organizzazioni alle dipendenze del Partito. Così, da subito, personalità delle Chiese che lavoravano per il popolo – e che all’inizio avevano perfino guardato con simpatia l’arrivo dei comunisti – si trovano a resistere alla divinizzazione e all’assolutismo del potere, salvaguardando la libertà della propria coscienza. La prima resistenza alla supremazia del Partito è stata quella di coloro che non hanno accettato di sottomettere la fede alle voglie del Partito, ma sono rimasti devoti a un Figlio di Dio superiore al “dio” Mao. Fra questi vale la pena ricordare la grande testimonianza offerta da vescovi come Ignazio Gong Pinmei di Shanghai (v. foto), Domenico Tang Yiming di Guangzhou, Giuseppe Fan Xueyan di Baoding. Tutti loro hanno passato decine di anni nei campi di lavoro forzato. L’ultimo è morto sotto le torture nel 1992. Con la Rivoluzione Culturale (1966-1976) si compie l’opera di distruzione: monasteri svuotati e distrutti; chiese trasformate in fabbriche o magazzini; vescovi, preti, fedeli uccisi o mandati ai lavori forzati. Dal ’66 al ’76 tutta la Chiesa cinese, ufficiale e non ufficiale, è una chiesa di martiri. Il Partito proclama che le religioni sono ormai “abolite”. Alla fine degli anni ’70, con le politiche liberali di Deng Xiaoping, e per migliorare l’immagine della Cina all’estero, alcune chiese vengono riaperte e molti preti e vescovi tornano liberi dalla prigione e dal lager. Ma ancora una volta si pone per loro una scelta: o accettare uno stretto controllo statale della liturgia e della pastorale, o svolgere le proprie attività in modo sotterraneo, di nascosto. Per sfuggire al controllo, molti di essi costituiscono strutture parallele a quelle della chiesa ufficiale: abitazioni usate come chiese, seminari, cappelle. Tutte queste strutture e attività, già proibite ufficialmente nell’85, vengono categoricamente condannate come illegali nel 1994, quando il governo pubblica i cosiddetti Regolamenti per le religioni, a firma dell’allora Primo Ministro Li Peng, il “macellaio di Tiananmen”. I Regolamenti obbligano tutte le comunità religiose a registrarsi presso l’Ufficio affari religiosi, che controlla i luoghi di culto, i preti che officiano, i fedeli, i tempi delle liturgie, le vocazioni, i rettori di seminario, i professori, le risorse finanziarie, i rapporti con fedeli stranieri. Da allora, in molte regioni, la Cina lancia una campagna per eliminare tutte le comunità sotterranee o assorbirle nell’Associazione patriottica, l’organizzazione che vuole edificare una Chiesa indipendente dal papa. La resistenza dei cattolici (e protestanti) sotterranei ha generato una violenta persecuzione – la stessa che oggi subiscono contadini, operai e attivisti per i diritti umani – ma ha tenuto viva l’idea che l’uomo ha diritto alla libertà religiosa, che il potere dello Stato non è assoluto. Ancora oggi è in atto una campagna per eliminare tutte le comunità protestanti sotterranee e le cosiddette chiese domestiche, distruggendo chiese, arrestando i pastori, bastonando i fedeli, proibendo la diffusione di bibbie. La comunità cattolica non sta meglio. I vescovi ufficiali – circa 70, riconosciuti da Pechino – sono ormai sotto un controllo ferreo perché segretamente riconciliati col papa. I vescovi sotterranei – non riconosciuti – sono tutti (circa 40) agli arresti domiciliari. Vale la pena ricordare che alcuni di loro sono scomparsi da tempo: mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996; mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001; mons. Giulio Jia Zhiguo, scomparso per l’ennesima volta il 30 marzo scorso. Il card. Joseph Zen di Hong Kong ha chiesto a Hu Jintao di liberare tutti i vescovi e sacerdoti prigionieri, proprio in occasione della festa dei 60 anni. Vale la pena ricordare anche che “grazie” alle persecuzioni comuniste i cattolici sono più che quadruplicati negli ultimi 60 anni. Nel ’49 erano poco più di 3 milioni; oggi, cattolici sotterranei e ufficiali, sempre più riconciliati, sono più di 12 milioni e vi sono circa 100mila nuovi battezzati (adulti) ogni anno. Un ultimo fatto da mettere in luce è un altro contributo che cristiani, cattolici e protestanti, stanno dando per la crescita della società civile. Tale società, infatti, pone al centro la persona con i suoi diritti inalienabili e non lo Stato (o la supremazia del Partito) che elargisce qualche diritto quando, come vuole e a chi vuole. Tale influenza è avvenuta attraverso alcuni dissidenti - in Cina o in esilio all’estero – che dopo una ricerca religiosa, o l’incontro con comunità cristiane occidentali, sono approdati al cristianesimo. Personalità come Gao Zhisheng, Liu Xiaobo, Han Dongfang, Hu Jia hanno scoperto la fede cristiana come la base del valore assoluto della persona, come la forza della loro dissidenza e della difesa dei diritti umani. Molti di loro sono in carcere. Il Partito reputa questa alleanza fra religione e diritti umani come l’elemento più pericoloso alla sua sopravvivenza. Ma un futuro di pace per la Cina dipende dalla loro opera. [1] Per questo excursus storico, mi rifaccio al mio “Missione Cina”, Ancora, Milano 2006, pp. 157 – segg. Tratto da http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=16458&dos=133&size=A
I 60 anni della Rpc: Da Mao ad oggi, la corruzione al potere La storia del comunismo in Cina è una delle più orribili. Fra purghe ideologiche, carestie, repressione, non si è mai data voce alla democrazia (la quinta modernizzazione). Deng Xiaoping ha fatto della supremazia del Partito l’ideale a cui sacrificare tutta la società, aprendo alla valanga del sopruso e della corruzione. I 100 mila “incidenti di massa” in un anno dicono che il popolo vuole contare. La società civile è l’unica speranza per la stabilità della Cina. Seconda parte di un dossier dedicato ai 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese. Roma (AsiaNews) – La Cina grande e potente che vuole celebrare i suoi 60 anni il 1° ottobre non vuole fare i conti con la sua storia. Molti vorrebbero verificare quanto degli ideali del ’49 è stato realizzato e quanto costituisce un tradimento. Zhu Houze, che prima della liberazione era un membro sotterraneo del Partito comunista a Guiyang, intervistato dal South China Morning Post ( 22/09/2009) ricorda così la fondazione della Repubblica salutata col discorso di Mao Zedong in piazza Tiananmen: “Pensavamo che saremmo stati subito liberi e avremmo cominciato a costruire un Paese nuovo, libero, democratico e prospero”. Negli anni ’80 Zhu è stato anche ministro del dipartimento di propaganda del Comitato centrale, ma ormai è uno dei “delusi” dagli sviluppi del Partito. Vale la pena ripercorrere alcune tappe dei “successi”, ma anche dei “fallimenti” di questi 60 anni. Considerando soltanto gli aspetti economici e politici, si può dire che nei primi anni il Partito si guadagna la stima della popolazione: niente corruzione o divisioni come ai tempi di Chiang Kai-shek; inflazione bassissima; industria pesante ricostruita (su modello sovietico); agricoltura in abbondante produzione. Ma la caparbietà di Mao e la sua incompetenza economica portano al Grande Balzo in avanti (1958-1961) che causa la morte per fame di circa 50 milioni di persone. Le storie della gente parlano di contadini disperati nella ricerca di cibo; di gente che muore ai lati delle strade; di affamati che si cibano delle carni dei cadaveri. Per frenare le critiche del partito contro di lui (che gli vogliono togliere il potere), Mao lancia nel ’66 la Rivoluzione culturale, che dura fino alla sua morte, nel 1976. La Rivoluzione culturale, che viene ancora oggi ricordata come il periodo del “grande caos”, divide la società, distrugge famiglie, uccide milioni di persone, divise fra “giovani” e “vecchi” del Partito; Guardie rosse e esercito; genitori e figli. Le aperture di Deng Xiaoping, alla fine degli anni ’70, considerate l’ide brillante del “riformatore”, sono state in realtà una necessità. Per salvare la Cina dalla fame e rialzare le sorti di un’economia distrutta, Deng ha aperto il Paese agli investimenti stranieri e ha cominciato quelle riforme economiche che hanno portato la Cina agli splendori attuali. Il problema con Deng è che le sue modernizzazioni (dell’esercito, della scienza, dell’agricoltura e dell’industria) mancano di una quinta: la democrazia. A causa di ciò, il Paese gode attualmente di uno status invidiabile dal punto di vista economico (in generale), ma continua ad essere un paria dal punto di vista dei diritti umani. Ancora dopo 30 anni dalle sue riforme, il Paese infatti non gode di libertà di stampa, di associazione, di parola, di religione; i poteri esecutivo, giudiziario, legislativo sono tutti sotto il controllo del Pcc. La società cinese sacrificata al Partito Bao Tong è un ex leader del Partito, caduto in disgrazia per aver simpatizzato con i giovani di Tiananmen nell’89. Ha subito per questo 7 anni di carcere e tuttora vive agli arresti domiciliari. In una lunga conversazione sulle modernizzazioni di Deng (in Radio Free Asia, 5/1/2009), egli fa notare che si deve proprio a Deng Xiaoping un cambiamento epocale rispetto a Mao. Pur con tutta la sua enfasi imperiale, il Grande timoniere aveva a cuore “il socialismo” come ideale del partito e del Paese. Invece Deng afferma che tutto in Cina deve servire a “mantenere la leadership del Partito”. Difendere il partito diviene la cosa più importante; difendere i diritti dei cittadini diviene un fatto secondario. In tal modo – Bao Tong spiega – l’esistenza del Pcc diviene lo stesso ideale a cui sacrificare la società cinese. La Cina di Hu Jintao continua a favorire e migliorare l’economia in modo sorprendente: Pechino sembra aver perfino superato prima di tutti la grande crisi economica (se non si contano i circa 60 milioni di disoccupati). Ma la stabilità della società e l’egemonia del partito rimangono i punti fermi anche per la Quarta generazione della leadership. I fallimenti e la corruzione All’interno del Partito vi sono richieste di maggior democrazia e di riforme politiche. Lo stesso Zhu Houze, ora 78enne, insieme ad altri membri in pensione ha scritto varie volte alla leadership criticando la mancanza di controllo nei poteri del Partito, che genera la piaga della corruzione, domandando democrazia e una stampa libera. Ma non ha mai ricevuto alcuna risposta. “Dobbiamo superare – dice Zhu – la percezione ristretta del solo sviluppo economico del mercato e del mantenimento del partito unico. Dobbiamo iniziare la riforma del sistema politico”. All’ultimo plenum del Comitato centrale (15-18 settembre 2009) si doveva parlare della lotta alla corruzione e della democrazia interna nel Pcc. Ma non è emersa alcuna indicazione concreta. In compenso, in uno dei tanti incontri per celebrare i 60 anni, Hu Jintao ha predicato sul suo slogan preferito: “l’armonia fra gruppi etnici e religiosi”, “rafforzare la solidarietà” “risolvere le contraddizioni”, “portare avanti la democrazia”. Ma ha subito precisato che non si tratta di “copiare i modelli occidentali”, bensì di attuare un sistema con “caratteristiche cinesi”, in cui è sempre salva la “supremazia del partito comunista”. Eppure davanti agli occhi di tutti sono evidenti i grandi successi, ma anche i grandi fallimenti della Cina: una società in cui lo Stato controlla oltre il 70% dell’economia, frenando la creatività e garantendo promozioni e favori senza alcun merito; rampante corruzione che arriva a sottrarre allo Stato fino al 3% del Prodotto interno lordo; mancanza di sostegno sociale a poveri, pensionati, disoccupati; strutture sanitarie ed educative allo sfacelo; genitori che mettono in vendita i loro organi per pagare l’università ai figli; inquinamento, soprusi, sequestri di terre e di case da parte di membri del Partito. A causa di tutto ciò, ormai il Partito viene visto come sinonimo di “corruzione”. Un fatto citato da Asia Times (23 settembre 2009) racconta che una bambina di 6 anni a Guangzhou, rispondendo alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” ha detto: “Voglio diventare un funzionario corrotto. La mamma dice sempre che un funzionario corrotto può avere molte, molte cose a casa sua”. Gli “incidenti di massa” e la società civile Diversi analisti si domandano se una Cina così, gigantesca nelle prestazioni economiche, ma zoppa nelle riforme politiche, potrà continuare, o se prima o poi sarà così vulnerabile da soccombere. Già oggi i segni di inquietudine aumentano di pari passo con gli apparenti risultati economici. Secondo le ultime stime apparse sulla stampa cinese, lo scorso anno vi sono stati oltre 100 mila “incidenti di massa” (almeno uno ogni 4-5 minuti), ossia proteste di centinaia o migliaia di persone che chiedono giustizia per i soprusi, o per paghe non pagate, o per avvelenamenti o sequestri di terreni. La cifra è superiore del 16% ai casi ufficialmente registrati dal Ministero della pubblica sicurezza nel 2006 (87 mila incidenti). Tali “incidenti” hanno anche portato a incendi delle sedi di partito, delle sedi di polizia, a scontri a fuoco fra polizia e manifestanti, a morti su entrambi i fronti. Il Partito continua a predicare “la stabilità innanzi a tutto” ed è pronto – come nei giorni precedenti alla festa dei 60 anni – ad arrestare persone (circa 6500), disseminare carri armati, spie e poliziotti. Per salvare la sua supremazia, il Partito continua a far morire il popolo, proprio quel “popolo” a cui appartiene la “Repubblica popolare cinese” fondata 60 anni fa. Ma il tempo non passa invano. Il fatto più sorprendente è che in tutti questi decenni è cresciuto proprio “fra il popolo” una società civile sempre più attenta ai propri diritti. Fra di loro vi sono attivisti, giornalisti, avvocati, consumatori, madri, impiegati, imprenditori, burocrati. Nella stretta non violenza essi denunciano le malefatte dei quadri del partito; si appellano per la salute dei loro figli avvelenati (come nel caso del latte alla melamina); difendono i loro diritti sulla terra e sulla proprietà; affermano il diritto alla libertà religiosa; esigono di poter votare per esprimere la loro preferenza per uno o l’altro leader. Secondo Bao Tong, la riforma della società cinese sarà compiuta da questo “movimento per i diritti civili”. “Se la gente può difendere i loro diritti e viene dato loro ciò che è loro dovuto; se lo Stato si piega davanti all’opinione pubblica e i funzionari si mettono a servirla; se la gente può verificare il lavoro dei burocrati, che gettano via il loro cosiddetto ‘diritto divino’ di governare; allora c’è speranza per la Cina… Le speranze per la Cina si basano su un pacifico, pronto, persistente movimento per i diritti civili, che userà l’attivismo per attuare la Costituzione e salvare questa nazione e il suo popolo”. Tratto da http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=16445&dos=133&size=A Comments (1)
TrackbacksThe trackback URL for this entry is: http://ziopeppe1977.spaces.live.com/blog/cns!BFEE370CD5E02135!1664.trak Weblogs that reference this entry
|
|
|