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    October 19

    L'Imperatore e il Bambino

    L'Imperatore e il Bambino

    di Paolo Risso

    Quando Gesù venne al mondo, da 21 anni, a Roma, Cesare Ottaviano Augusto era l’imperatore, il sovrano e l’arbitro unico di uno stato sconfinato, con un potere illimitato concentrato nelle sue mani. Quanto oggi chiamiamo Europa, con larghe appendici dell’Asia e dell’Africa, che si affacciano al Mediterraneo – «come le rane attorno a uno stagno», secondo il dire di Erodoto – faceva parte del suo dominio. Aveva un potere complesso di cui oggi non abbiamo idea: legislativo, politico, militare, economico, religioso, morale.
    Augusto era adorato come un dio e decideva dei destini del mondo allora conosciuto, sfamava popoli ed eserciti con somme colossali prese dall’erario, che era poi il suo tesoro personale; progettava ogni strategia da seguire, dettava legge su tutto e su tutti, anche riguardo alla condotta personale delle famiglie e dei cittadini.
    Da quando ero ragazzo, mi è sorta la voglia di fare un confronto, mettendoli uno di fronte all’altro, il piccolo inerme Gesù che nasce a Betlemme e l’imperatore Augusto di Roma. Il primo, Gesù, è un suddito, uno dei milioni di sudditi, figlio della terra più sperduta e più povera dell’Impero, quella Palestina che era l’unica a essere più bassa del livello del mare, nella depressione del Mar Morto. Il secondo, Augusto, è il padrone del mondo.
    Il confronto non è affatto strano, anzi, il Vangelo stesso vi ci porta con forza, quando san Luca, il terzo evangelista, iniziando a parlare di questi avvenimenti della nascita di Gesù, li pone in una cornice mondiale: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. [...]. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea, salì in Giudea alla città di Davide, [...] per farsi registrare insieme con Maria, sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, [...] Maria diede alla luce il suo Figlio» (Lc 2,1-20).

    Senza eredi
    Proprio in quei giorni della nascita di Gesù, Augusto stava invecchiando e vedeva sfiorire a una a una le sue speranze imperiali, lui che era così potente, il più potente di tutti. L’Impero di Roma, appena nato, già invecchiava con lui. Capitò che per questi motivi aumentava nel grande Augusto quello che gli storici chiamano «la follia dinastica».
    Lui che aveva tutto, non aveva figli maschi. Ecco allora il tormento: come dare continuità a se stesso, ai suoi progetti, alla sua volontà dominatrice, all’Impero, colossale costruzione per cui era vissuto, aveva lottato e trionfato nelle battaglie e in politica?
    La famiglia di Augusto si scioglieva a poco a poco, come neve al sole, come se qualche dio pagano ce l’avesse a morte con lui. Giulia, sua figlia, scandalizzava Roma e l’Italia con la sua condotta, così che molti si domandavano come fosse possibile che dal “dio” Augusto fosse venuta una donna come quella. E pensare che proprio l’Imperatore, suo padre, aveva iniziato una politica per moralizzare i costumi, certo che i vizi distruggono le nazioni.
    I suoi ragazzi amatissimi, Caio e Lucio, figli di Giulia, nei quali Augusto intravedeva i successori, erano l’immagine della madre e la peste della gioventù di Roma. Il medesimo anno in cui nacque Gesù, Caio era nominato console: aveva 15 anni. Una nomina, decisamente illegale, che gettava sospetti sull’Imperatore. Ma il ragazzo continuava a “salire”: senatore, pontefice, “figlio del dio Augusto”.
    Quando Gesù iniziava a muovere i primi passi, Caio partiva per l’Oriente a capo di un esercito: nell’impresa disgraziata, perse la vita a soli 17 anni. Augusto perdeva la sua più cara speranza.
    Restava Lucio. L’Imperatore lo spedì in Spagna per salvarlo dalla corruzione della capitale, dove tutto era lecito, nello scatenamento di tutti gli istinti. Ma Lucio finiva consunto dalla malattia a Marsiglia. Un fallimento totale del suo sogno di grandezza dinastica. È il momento in cui Augusto, sconfitto nella sua stessa discendenza di sangue, ridotto senza eredi, cui lasciare l’Impero, adotta come «filius», Tiberio.

    Il trionfatore
    Negli stessi anni, molto lontano da Roma, nella Palestina, che fa parte della provincia romana di Siria, in un rifugio di pastori presso Betlemme, nella povertà vera della gente che ha poco o nulla, Gesù entra nel mondo. Sapremo in seguito che è il Figlio di Dio, ma giungendo sulla terra, non ha scelto né l’Atene dei filosofi né la Roma dei potenti e dei gaudenti, ma uno sconosciuto villaggio. Non ha neppure mandato un biglietto da visita ad Augusto e alla sua corte, per annunciarsi.
    Si è fatto presentare dagli angeli stessi ai pastori, cioè ai più emarginati non solo dell’Impero, ma del suo stesso popolo. E da una stella, a certi «magi» dell’Oriente che avevano il cuore in attesa. Alcuni segni misteriosi, un po’ di agitazione all’inizio, poi più nulla. Soltanto silenzio e silenzio.
    Ha neppur due anni e Gesù è già costretto a scappare in Egitto, per salvarsi la pelle da un reuccio sanguinario come Erode. Quando può ritornare a casa, a Nazareth, la sua fanciullezza e giovinezza scorre serena e laboriosa, con Maria sua Madre e Giuseppe, artigiano in una bottega da quattro soldi, tra le preghiere dei pii israeliti e il lavoro per soddisfare l’andare e venire dei clienti del borgo. Semplicità, povertà, silenzio.
    Nessuno a Roma, alla corte di Augusto o del suo successore Tiberio, sa nulla di quel Gesù, ragazzo, giovane, conosciuto appena dalla gente del suo villaggio, come «il figlio del carpentiere». Eppure l’Imperatore di Roma è il tramonto; il ragazzo di Nazareth è l’«aurora consurgens», l’aurora che sorge.
    L’Imperatore, adorato come un dio, comunque sia il suo nome, è già un fallito. Il giovane galileo, Gesù, sta dando inizio alla costruzione di un Regno che non tramonta: Regno divino, Regno spirituale, Regno senza confini di popoli, Regno senza limiti di tempo.
    Da quei giorni oscuri e meravigliosi di Betlemme e Nazareth, mai nulla, proprio nulla, né le persecuzioni degli immediati successori di Augusto né i campi di sterminio di Hitler e di Stalin, neppure coloro che sono passati a Lutero, proprio nulla, neanche i diabolici modernisti di oggi, è riuscito ad arrestare l’inarrestabile ascesa, spesso bagnata di sangue, del piccolo inerme Gesù.
    L’immenso potere che aveva sede a Roma è rientrato silenziosamente nel nulla. Invece l’umile avvenimento di Betlemme oggi interessa il mondo intero, nonostante la conclamata “laicità” di oggi: non c’è uomo sulla terra che prima o poi, non debba domandarsi, almeno in punto di morte: “Ma chi è questo Cristo?”.
    Augusto fu mortalmente deluso dalla figlia Giulia e dai nipoti Caio e Lucio. L’augurio che gli faceva l’amico poeta Virgilio, nel libro VI dell’Eneide: «Tu regere imperio populos, romane, memento» («Ricordati, o romano, che governerai i popoli con il suo impero»), era destinato a cadere nel nulla, se non fosse venuto quello sconosciuto Gesù che cresceva in un angolo della Palestina lontana.
    Oggi Roma “governa” il mondo, non con i proconsoli di Augusto, ma con la forza della Fede e dell’amore di quel Gesù, il bambino, il povero, il Crocifisso, che è pure il Figlio di Dio, il trionfatore sulla vita e sulla morte, nel tempo e nell’eternità, «il cui regno non avrà fine».

    Tratto da  http://www.settimanaleppio.it/index.cfm?Contents=1&expand=8&Ar=1#8Ar1

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