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    November 10

    Come lo svegliarsi da un sogno...

    Come lo svegliarsi da un sogno...

    di Sant'Alfonso M. de' Liguori

     

    «Quid prodest homini, si mundum universum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur?» (Mt 16,26). O massima grande, che ha inviato tante anime in Cielo, e ha dato tanti Santi alla Chiesa! A che cosa serve guadagnarsi tutto il mondo che finisce e poi perdere l’anima che è eterna?
    Mondo! E che cosa è questo mondo, se non un’apparenza, una scena di commedia, che presto passa? «Præterit figura huius mundi» (1Cor 7,31). Viene la morte, si cala il panno, si chiude la scena, ed ecco è finita ogni cosa.
    Ahimé in punto di morte, al lume di quella candela, come compariranno ad un cristiano le cose del mondo? Quei vasi d’argento, quel denaro accumulato, quei mobili ricchi e vani, quando tutto deve lasciare?
    Gesù mio, fate che l’anima mia da oggi in poi sia tutta vostra: fate che io non ami altri che voi. Voglio staccarmi da tutto, prima che me ne stacchi a forza la morte.
    Dice santa Teresa: «Non si deve tener conto di ciò che finisce». Procuriamoci dunque quella fortuna che non finisce col tempo. A che cosa serve l’esser felice per pochi giorni (se mai potesse dirsi vera felicità, senza Dio), a chi poi dovesse essere infelice per sempre?
    Dice Davide che tutti i beni terreni in morte sembreranno come un sogno di chi si sveglia: «Velut somnium surgentium» (Sal 72,20). Che pena sente chi ha sognato d’esser fatto re e poi svegliandosi si ritrova povero qual era?
    Mio Dio, chi sa se questa meditazione che leggo, è l’ultima chiamata per me? Datemi forza di togliere dal mio cuore tutti gli affetti di terra, prima che da questa terra io parta. E fatemi conoscere il gran torto che vi ho fatto nell’offendervi e nel lasciar voi per amor delle creature. «Pater non sum dignus vocari filius tuus» (Lc 15,21). Mi pento d’avervi voltato le spalle, non mi cacciate via ora che ritorno a voi.
    In punto di morte non consolano un cristiano gli offici decorosi esercitati, non le pompe, non le ricchezze, non i divertimenti presi, non i puntigli superati; lo consoleranno solo l’amore portato a Gesù Cristo e quel poco che ha patito per suo amore.
    Filippo II morì dicendo: «Oh! Fossi stato laico d’una religione, e non già re!». Filippo III morendo diceva: «Oh! Fossi vissuto in un deserto, perché ora comparirei con più confidenza al tribunale di Dio!». Così parlano in morte quelli che sono stimati i più fortunati della terra.
    Insomma tutti gli acquisti delle cose terrene nell’ora della morte terminano con rimorsi di coscienza e terrori della dannazione eterna. “Oh Dio – dirà quella persona –, io ho avuto tanta luce per distaccarmi dal mondo, ma con tutto ciò ho seguito il mondo e le massime del mondo: ed ora quale sarà la sentenza che mi sarà data!”. Dirà: “Oh pazzo che sono stato! Potevo farmi santo con tanti mezzi e comodità che ho avuto! Potevo fare una vita felice unita con Dio: ed ora cosa mi trovo della vita fatta?”. Ma ciò quando lo dirà? Quando sta già per chiudersi la scena, per entrar nell’eternità, vicino a quel gran momento, da cui dipende l’esser beato o disperato per sempre.
    Signore, abbiate pietà di me. Per il passato non vi ho saputo amare. Da oggi in poi voi sarete l’unico mio bene: «Deus meus et omnia!». Voi solo meritate tutto il mio amore, voi solo voglio amare. Oh, grandi del mondo, ora che state nell’inferno, cosa vi trovate delle ricchezze e dei vostri onori? Rispondono piangendo: “Niente, niente; altro non troviamo che tormenti e disperazione. Tutto è passato, ma la nostra pena non finirà mai”. [...].
    In punto di morte è il tempo della verità: allora si riconoscono le cose di questa terra tutte per vanità, fumo, cenere, quali sono. O mio Dio, quante volte vi ho abbandonato per niente! Non avrei ardire di sperar perdono, se non sapessi che voi siete morto per perdonarmi. Ora vi amo sopra ogni cosa e stimo la vostra grazia più di tutti i regni del mondo.
    La morte si chiama ladro: «Dies illa tanquam fur» (1Ts 5,4). Perché ella ci spoglia di tutto: di cose, di bellezza, di dignità, di parenti, anche della nostra pelle.
    Il giorno della morte si chiama ancora il giorno delle perdite: «Dies perditionis» (Dt 32,35). Allora abbiamo da perdere tutti gli acquisti fatti e tutte le speranze di questo mondo.
    Gesù mio, non mi preoccupo di perdere i beni della terra; basta che non perda voi, bene infinito.  

    Tratto da  http://www.settimanaleppio.it/index.cfm?Contents=1&expand=2&Ar=2#2Ar2

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